Nel corso del matrimonio, la moglie aveva progressivamente rinunciato alle proprie prospettive professionali e di carriera per dedicarsi in via pressoché esclusiva alla gestione della famiglia, alla cura del figlio minore e al supporto dell’attività professionale del marito. Tale assetto familiare costituiva il frutto di una scelta condivisa, quantomeno implicitamente, che aveva consentito al marito di concentrarsi pienamente sul proprio lavoro e di incrementare in modo significativo la propria posizione economica e patrimoniale.
La moglie, pur dotata di adeguata formazione e di pregresse esperienze lavorative, aveva quindi sacrificato redditi attuali, progressioni di carriera, anzianità contributiva e prospettive pensionistiche, limitandosi a svolgere attività lavorative residuali e marginali, compatibili con l’impegno familiare e di accudimento del figlio. Tale sacrificio non si esauriva in una temporanea sospensione dell’attività lavorativa, ma si traduceva in una perdita strutturale di opportunità professionali.
All’esito del divorzio, emergeva una rilevante disparità economica tra gli ex coniugi, direttamente riconducibile alle scelte di vita maturate durante il matrimonio. La Corte ha ritenuto che il sacrificio della carriera della moglie avesse contribuito, almeno in parte, alla formazione e al consolidamento del patrimonio del marito, giustificando pertanto il riconoscimento dell’assegno divorzile in funzione compensativo-perequativa, da determinarsi alla luce dell’intera storia della vita familiare, comprensiva anche del periodo di separazione e della convivenza prematrimoniale
