Maltrattamenti in famiglia: non basta un solo episodio di violenza

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Un solo episodio di violenza tra coniugi non configura il reato di maltrattamenti. Le singole condotte possono costituire un comportamento abituale se dietro c’è un programma criminoso «animato da una volontà unitaria di vessare il soggetto passivo».

La Cassazione con la sentenza n. 12065/15, accoglie il ricorso di un uomo condannato dalla Corte d’Appello per maltrattamenti ai danni della coniuge, ritenendo che mancasse il requisito dell’abitualità della condotta.

I maltrattamenti in famiglia integrano un’ipotesi di reato «necessariamente abituale che si caratterizza per la sussistenza di comportamenti che acquistano rilevanza penale per effetto della loro reiterazione nel tempo. Tali comportamenti possono consistere in percosse, lesioni, ingiurie, minacce, privazioni e umiliazioni imposte alla vittima, ma anche in atti di disprezzo e di offesa alla sua dignità, che si risolvano in vere e proprie sofferenze morali». In ogni caso, si deve trattare di comportamenti idonei ad imporre alla persona offesa un regime di vita vessatorio, mortificante e insostenibile».
Nel caso di specie non era emersa una convivenza «contraddistinta da un sistema abituale di vessazioni e di umiliazioni instaurato dall’imputato nei confronti della moglie: i giudici hanno fatto riferimento alla frequenza dei litigi tra i coniugi e ad un clima di tensione che sarebbe stato determinato dalle offese rivolte dall’imputato alla moglie, mentre hanno individuato un unico episodio di violenza, che ha determinato la persona offesa a presentare denuncia».

Si  trattava dunque di una convivenza conflittuale ma dalla quale non emergevano episodi «in grado di realizzare una pregnante offesa della integrità psicofisica della vittima, tali da farla precipitare in una condizione duratura di sofferenza e prostrazione».

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